Ottocento

un approccio vittoriano alle sfide della società moderna

Il Bitte

Posted by kaiza su 29/02/2008

bitte-1.jpgDecidiamo così di andare al Bitte, circolo ARCI in quel di via Watt, a Milano, dove pare ci sia una serata danzante. Ma che cos’è un circolo ARCI? Beh, un circolo ARCI è… “un’associazione senza fini di lucro fra persone che vogliono promuovere insieme un’attività culturale, ricreativa, di solidarietà, sportiva, ecc..”

Un posto dai buoni principi, insomma? Sì: un posto, finalmente, che non esiste con il solo obiettivo di prendermi dei soldi, bensì nasce e si sviluppa per offrirmi qualcosa, sia esso un’attività culturale, solidale o ricreativa. Che bella parola, “ricreazione”, evoca schiamazzi di bambini nel cortile della scuola elementare. Ed io ogni volta immagino la sede di un circolo ARCI come una casupola dismessa, timida nell’affacciarsi sulla strada; incerta, all’apparenza, ma sicura di emanare un’aura fresca di solidarietà sociale che invaderà le vie e richiamerà, dolce, le persone buone. Certo la zona aiuta l’immagine: accanto al canale, nel contrasto del vecchio ponte con i palazzoni in vetro della Nestlé, sicuramente il Bitte sarà un magazzino abbandonato, fiore ancora odoroso dei moti operai spuntato tra le crepe di questa Milano trendy.

Eccoci svoltare in via Watt: ci aspettavamo di trovare il buon parcheggio di una volta, quello in cui ti fermi nel nulla giallo di un lampione sotto il rumore assonnato ed elettrico del bulbo, unica cappa di luce calda nella strada deserta. Invece superiamo file e doppie file di macchine per poi incastrarci su un marciapiede, tra un SUV e un bidone per la raccolta di vestiti. A due Unità Milanesi di distanza, pari circa a quattro chilometri. Ma non è colpa del Bitte, no, non può essere, sicuramente qualche discoteca nei pressi attira come miele nero l’urbanità modaiola. Dall’altro lato però ci siamo ancora noi, noi che crediamo nella ricreazione e nella solidarietà; noi che diciamo no alla discoteca e sì a Valsoia. No al trendy, e sì all’indie.

A proposito, dov’è il Bitte? Oltre un cancello, ci tuffiamo in ciò che sembra essere il cortile di una ditta di spedizioni, forse un magazzino: a sinistra un basso edificio che pare un padiglione fieristico, portoni in vetro, scalini e rampe che scendono a capofitto affiancate da ringhiere tubolari di metallo; a destra sbuffi di vapore e lampade a muro, un basso caseggiato un tempo sede forse di importanti comizi, ma ormai chiuso in un silenzioso e scuro riserbo.

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Queste sono le tipiche ambientazioni in cui mi sembrerebbe più naturale stare impugnando un’arma gigantesca:

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Visto che il setting c’è, comunque, siamo sicuri che dietro l’angolo troveremo il magazzino abbandonato di cui sopra. D’altra parte, il sito dell’associazione è esplicito:

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“Circolo ARCI”, “diritti e doveri”, “non è un club”, “senza fini di lucro”, “difendiamo il genio e la fantasia”. Le parole chiave ci sono e non si scherza: qui si difendono i principi della solidarietà sociale senza nulla volere in cambio, qui non ci sono padroni né clienti. L’angolo è svoltato, e da dietro dei cassonetti appoggiati ad un’alta cancellata fa capolino, timido, il BITTE.

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Il nome è videoproiettato sul frontone del palazzo grazie a potenti fasci di luce; nel cortile una distesa di persone, chiacchiere e riflettori puntati. Ce lo aspettavamo forse un po’ più discreto, ma non è dall’aspetto che lo giudicheremo. Ci infiliamo nella folla per raggiungere l’ingresso. In realtà sono tre, separati da ringhiere e buttafuori con auricolare: l’ingresso “NON TESSERATI”, a sinistra – un buttafuori, l’ingresso “TESSERATI”, a destra – un buttafuori, e l’ingresso “TIMBRI” – il grande portone aperto tra le due ringhiere con tappetino rosso e due buttafuori.

Tempestivamente ricontrolliamo il manifesto associativo: “non è un club”. Fju. I consociati ARCI mai ci mentirebbero e così, tranquillizzati, decidiamo che è arrivato il momento di andare all’origine di questa fresca emanazione di antichi sapori e benevolenza sociale. Essendo già possessori di tessera (ricevuta per €15 c/o l’intimo Magnolia), ed avendo quindi diritto “a svariate agevolazioni e convenzioni, a livello locale e nazionale”, ma non essendo ancora timbrati, ci presentiamo al cospetto di un difensore del genio e della fantasia in auricolare, che ci dice:

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E ci guarda, zitto.
“Eh?”
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Stai dicendo “ce l’hai piccolo, oh oh oh”? No, sta dicendo “la tessera”. A modo suo, con discrezione. Gliele mostriamo, ci lascia passare. Sulla destra una fenditura nel muro stile bunker, una ragazza sorride mentre apre la tipica scatoletta di metallo che non contiene biscotti ma denaro: “Ciao ragazzi, sono 10”. “Ma l’abbiamo, la tessera”. “Sì, no, 10 sono per l’ingresso”.
Pausa.
“C’è la consumazione?” “No.”
Colpa nostra, dovevamo leggere il manifesto con più attenzione ai significati evidenti: “la tessera non è un ticket di ingresso, ma la condivisione di un progetto”. Che il biglietto di entrata senza consumazione sia la fase due?

Nonostante la sensazione di essere un po’ Candide, consci dei nostri diritti e doveri di soci decidiamo senza fallo di contribuire alla difesa del genio e della fantasia, “troppo spesso scalzati dalle necessità di mercato”, e versiamo quindi quanto è Giusto. La ragazza ci chiede di allungare la mano e ci fa un timbrino, rappresentante forse nella fantasia dell’ideatore il simbolo del circolo, ma all’atto pratico piuttosto una

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cagata di tordo, esatto.
Almeno adesso abbiamo il diritto-dovere di passare per la porta “TIMBRI”, che è la più bella e la più grande. Sorridiamo alla ragazza, ci voltiamo, ma subito davanti a noi si erge, forte e sicuro, un altro Guardiano(TM) che, nel suo tipico codice, ci guarda in silenzio. Li si riconosce facilmente, in realtà, non solo per l’atteggiamento, ma anche e soprattutto per l’estro che li accomuna nel vestire:

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“Devi controllare il timbro?” proponiamo – certi di aver detto una spiritosaggine, giacché il Guardiano staziona esattamente di fianco al bunker ed ha assistito con attenzione a tutte le operazioni di pagamento e marchiatura. “Sì, me lo fate vedere per favore.” risponde, serio. Gli mostriamo “il logo”, ed eccoci finalmente dentro.

La location è indimenticabile: bianco, colonne regolari, pannelli di compensato alle pareti con punti di luce che sembrano ricreare la struttura di una galleria d’arte. Eccola in atto, finalmente, la difesa del genio e della fantasia: le persone come opere d’arte, mostrate ma non esposte, esibizione senza esibizionismo. E’ tutto molto scarno, quasi minimalista, ma allo stesso tempo funzionale, disimpegnato e accogliente. Zen-amico, come un sushi bar che incontrasse una clubhouse berlinese in un open space. In sostanza, un capannone semivuoto con il tipico aspetto poco curato e imbarazzante di chi non è riuscito a finire i lavori ma finge di averlo fatto apposta. Al piano superiore tavoli e sedie di legno chiaro che, per quanto evidentemente costosi, ammiccano in un gradevole ossimoro al cheap ikea style. Quanta autoironia.

Al bancone, finalmente una gradita sorpresa: la birra costa 5 euro, ma se gli riporti il plasticoso bicchiere zen te ne ridanno uno. Di euro, fortunatamente. E’ un po’ più complicato a farsi, in realtà, ma alla fine la consumazione ti viene a costare 4 euro, e questa è la prima cosa onesta (per essere a Milano) a cui assistiamo. Certo, non ti dispiacerebbe vedere qualcuno che dopo averti servito un bicchiere di acqua gialla facesse almeno la fatica di riprenderselo, però ti pagano per farlo al posto suo, e questo allevia la tua sofferenza.

Le uniche persone dello staff a vagare per le sale, così, sono i buttafuori, vestiti come i russi da porno pub di un film con Vin Diesel e credibili come Alessio Boni cui avessero detto “fai finta di essere della security”. Perché sorvegliare che nessuno scriva “Ale di Busnago 6 figo” sul tavolo costoso è un incarico di responsabilità: richiede che tu sia sempre di ronda, sempre attento, e che tu faccia delle pause a intervalli regolari in cui ritmicamente giri la testa toccando l’auricolare.

A parte loro, comunque, il Bitte è locale frequentato. Ed ecco che, appoggiati al bancone senza scopo di lucro, osserviamo i diversi gruppetti di persone tutte un po’ simili che lo popolano. Sembrano in effetti i membri di una qualche categoria facilmente identificabile, ma quale? Sono forse tutti artisti? Universitari? Operai? No, sono tutti Giovani Democratici(TM). Meno male, e noi che pensavamo di essere finiti in un posto di stronzi.

Chi sono i giovani democratici? Beh, i giovani democratici sono persone come me e come te. Come i giovani berlusconiani, come i neocomunisti, come i radicali e i leghisti hanno sogni, hobby, aspirazioni, delusioni, obiettivi. A differenza dei neocomunisti, tuttavia, che esistono solo perché alcune persone con scarsa autocritica pensano di far parte di un ceto povero mentre sono invece di ceto medio, i giovani democratici sono consapevoli della propria posizione sociale. In questo assomigliano un po’ ai giovani berlusconiani. “In questo” e “un po’” un cazzo: i giovani democratici sono perfettamente uguali ai giovani berlusconiani, solo che credono di appartenere ad una fascia privilegiata perché di famiglia intellettuale e non perché di famiglia ricca; e che sarà l’essere intellettuali, e non il fatto che i genitori guadagnino 5000 euro mensili cadauno, a portarli avanti nella vita.

Così, mentre i giovani berlusconiani si iscriveranno a economia per essere poi inseriti nell’azienda dell’amico del padre partendo dalla gavetta i giovani democratici, dopo aver frequentato un liceo fintamente open-minded ma in realtà classista (qualcuno ha detto Berchet?), riempiranno qualsiasi facoltà umanistica che preveda almeno un indirizzo in beni culturali. In seguito viaggeranno, si appassioneranno di arte qualunque, faranno fotocopie in un ambiente controllato e moderato, per essere poi inseriti nell’azienda dell’amico del padre e continuare a non avere alcun problema grazie alla loro intellettualità.

Siamo evidentemente di fronte ad una malaugurata incomprensione, per cui si confonde “ho una cultura genericamente nozionistica tale da farmi rispondere alla domanda da 30000 euro in un famoso quiz televisivo ma non a quella precedente” con “sono un intellettuale”. Allo stesso modo, vorrei evidenziare (senza fini di lucro) che l’adorazione di Pasolini non rende intelligenti. Solo adoratori di Pasolini.

I giovani democratici sono anche liberali e moderati. Id est, borghesi e centristi. Strano, in una Repubblica fondata sul sangue di Cristo. Certo, qui non si parla dell’Udeur: quelli sono massonici, creazionisti e se potessero ti ucciderebbero per ciò che pensi (anche se sono troppo poco imperialisti per i gusti di Ottocento). I democratici invece sono solo moderatamente elitisti, cercano di ostacolare ogni forma di progressismo, certo, ma lo fanno garantendoti il diritto di pensarla diversamente dal loro. Che ventata di freschezza nella democrazia, e che ne pensate della Prussia?

Parliamo dell’ottimismo del “si può fare”. Si analizzino le proposte democratiche, nella sostanza: meno tasse per tutti, famiglia aperta ma senza esagerare, critichiamo l’ingerenza della Chiesa ma con discrezione, non sono razzista però sono troppi… praticamente la Mentalità Italiana(TM) nei suoi capisaldi. “Si può fare”. Ma siete tutti scemi? Già c’è, e solo un idiota fallirebbe nell’intento. Ci credo che sono tutti ottimisti.

DI SEGUITO: L’INTERVISTA AD UNA GIOVANE DEMOCRATICA

Camila “Io sono democratica”

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Che ragazza impegnata, sempre in viaggio tra Londra, New York e Ibiza dopo aver finito il Berchet. Impegnata ma libera. Libera di scegliere un compagno che, le coincidenze!, fa il lavoro del padre, l’architetto – tipica professione che regala l’immagine del creativo senza dover essere effettivamente brillante. Camila, cresciuta tra i figli dei fiori e ora finalmente libera di scegliere di essere femmina perché “agli uomini piace”. Ottima scelta Cami, è quella che io chiamo “l’epifania dell’eterosessualità”. Ah, e in bocca al lupo per antropologia! 😉

Questo è l’alternativismo di massa, la filosofia Apple del “think different Apple”. E, come un berlusconiano ti dà del comunista se non ordini un negroni all’aperitivo il giovane democratico, in maniera molto liberale e moderata, ti dà del berlusconiano se gli fai notare che le serate a fare battute tramite citazioni di libri di cui tu e tutti i tuoi amici avete la stessa opinione in realtà non è così divertente.

Camila, come altri giovani democratici, ha studiato recitazione. Li riconosci facilmente quelli che seguono i corsi di teatro. I primi due anni devono farlo pesare a chiunque parlando imbarazzantemente in dizione. Dal terzo al quinto i maschi sono tutti sofferenti per le continue introspezioni che portano alla luce una sessualità certo combattuta, forse anche ambigua; le femmine, invece, sono tutte libertine vissute che sottolineano lo status di donna sgamata parlando maschilmente delle loro relazioni occasionali. Che svolta inaspettata nella discussione, e come va con il tuo iPod Shuffle di un colore predefinito? Dopo il quinto anno di solito c’è il rifiuto di tutto quanto è stato fatto in precedenza, interpretato dagli attori come una fase di maturazione che sfocia irrimediabilmente nel dedicarsi a spettacoli sempre più autoerotici e noiosi per il pubblico pagante. Dopo dieci anni di recitazione la persona si rende conto che non ha più l’età per essere un attore, che la posizione raggiunta nella vita è la stessa che avrebbe raggiunto senza aver mai recitato, e che in sostanza ha buttato via un sacco di tempo.

Attori e giovani democratici si ritrovano al Bitte perché è un posto diverso, è un posto che non scade nel trendy facile, è un posto disimpegnato e autoironico, che solo gli intellettuali possono frequentare. Ecco perché ci siamo anche noi.

La musica è troppo alta per parlare, le pause sigaretta si intensificano e con esse progressivamente aumenta la distanza tra il luogo di fumo e la benevolenza senza fini di lucro dell’ARCI, finché ci ritroviamo seduti in macchina. Grazie della bella serata.

Bitte.

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Una Risposta to “Il Bitte”

  1. […] da kaiza su 27/05/2008 Vi ricordate il BITTE? Ecco, lo stato imperialista fascista L’HACCHIUSO! […]

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