Ottocento

un approccio vittoriano alle sfide della società moderna

Report è peggio del TG2

Posted by kaiza su 14/05/2008

Tutti conosciamo il TG2: è un rotocalco di propaganda cattolica. Una volta accettato questo diventa anche piacevole guardarlo, soprattutto per la simpatica animazione che sancisce l’inizio della “Parte 2”. Proprio nella seconda parte, il 12 maggio, passa un servizio di… informazione scientifica:

Notato niente? Esatto, due cose:

1) E’ comicamente fazioso. “L’intervista all’esperto” sembra una di quelle fake degli spot Valleverde: “Signor Valleverde, è vero che le sue scarpe rispettano l’ambiente?” Che cosa dovrebbe rispondere: “Ovviamente no, i camosci vengono sodomizzati dai loro carcerieri prima di essere uccisi tramite percosse con cubi di ghiaccio”?

Oppure: l’immagine di una “comunità scientifica laicamente spregiudicata” che sconfigge “la resistenza della Chiesa Cattolica” rievoca la battaglia tra l’Armata dell’Oscuro Signore e gli Alleati di Gandalf, o tra il perfido Uomo Rinoceronte e l’eroico Uomo Ragno (o è Venom?).

E che dire della contrapposizione tra gli oscuri e freddi termini inglesi (che fanno molto scientifico) come serial sibling o il SIA (? CEER? CR?) – gli embrioni chimera, insomma – e termini accoglienti e cristiani come “figura paterna” e “bebè”?

2) E’ approssimativamente scandalistico.

“In parte umano, in parte animale. E’ questo in sostanza l’embrione chimera”

Ciò è fuorviante. Se l’affermazione è denotativamente corretta, è altresì vero che le percentuali che si formano nella nostra mente sono “50% – 50%”, e non “99,9% – <0,1%” come dovrebbe essere. Quindi no: in sostanza non è questo per un cazzo.

Stesso problema:

“Un mix di DNA umano e cellule animali in misura inferiore al 1%”

Tecnicamente sì, senonché quando la percentuale è 0,1 è molto inferiore al 1%, quindi l’approssimazione è completamente arbitraria; più corretto sarebbe stato dire “praticamente zero”. A differenza del TG2, che fa parte di un paese dove la licenza di sperimentazione non è stata richiesta, esterno alla vicenda e quindi, in teoria, con maggiori possibilità di un giudizio obiettivo, la BBC dedica un grande spazio all’approfondimento: due pagine internet con i contro e i pro (dov’era il secondo esperto nel servizio del TG2?), nonché ulteriori link tra i quali, per esempio, le FAQ!

Fin qui, tuttavia, niente di particolarmente sconvolgente: come anticipato e noto, il TG2 è la versione TV dell’Avvenire, quindi ha tutti i malus di un tipico quotidiano italiano (l’approssimazione scandalistica) uniti a quelli dell’essere cattolico (la comica faziosità). Passiamo quindi a Report.

Report è un programma che piace a tutti tranne che a coloro che non dovrebbero avere il diritto di voto. Però è peggio del TG2. Perché? Prendiamo due esempi “a caso”:

1) WI-FI: UN SEGNALE DI ALLARME

Qui il problema è, guarda caso, l’approssimazione scandalistica: d’altra parte lo scandalo è la base di questo “giornalismo d’inchiesta”. Senonché l’inchiesta dovrebbe avere come obiettivi la ricerca della verità, l’informazione al fruitore e l’approfondimento sul caso, non il solito “cerchiamo di confermare la nostra tesi che quanto vi stiamo mostrando è negativo per voi, altrimenti dobbiamo chiudere il programma”.

Partendo dal presupposto che “nessuna tecnologia è esente da rischi: vanno soppesati rispetto ai benefici”, elenchiamo per completezza alcune obiezioni (prese da qui) al servizio di Report:

1)

il servizio di Report e BBC fa un po’ di confusione fra studi sui segnali delle reti cellulari e segnali wifi e manda messaggi poco chiari e contraddittori: da un lato fa notare che i livelli rilevati dai test condotti per il servizio sono risultati “comunque entro i limiti di sicurezza posti dal Regno Unito, addirittura 600 volte inferiori”; dall’altro dice che i segnali wifi, nel test specifico, sono risultati “tre volte l’intensità dell’antenna [cellulare] più vicina, non in modo continuo, ma durante le fasi di download”.

2)

l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha condotto uno studio sulla presunta pericolosità del Wifi, la cui conclusione è che sulla base dei “bassissimi livelli di esposizione e dei risultati di ricerca raccolti fin qui, non ci sono prove scientifiche convincenti di effetti nocivi sulla salute da parte dei deboli segnali RF delle stazioni base e delle reti senza fili”.

3)

La sensazione che si voglia sensazionalizzare un argomento, fornendone un quadro molto parziale per lanciare l’ennesimo allarme contro le tecnologie, è forte: per esempio, a quanto mi risulta, Report non ha aggiornato il servizio della BBC per tenere conto del fatto che (come nota la BBC stessa) erano state mosse delle contestazioni riconosciute valide dalla stessa BBC (i dettagli sono qui): il professor Michael Repacholi, scienziato intervistato nel servizio, ha protestato dicendo che le questioni scientifiche erano state presentate in modo non equilibrato e che la sua intervista era stata gestita in modo non equo.

Infatti la BBC ha accettato le contestazioni, che non sono di poco conto: Repacholi era stato presentato come voce minoritaria (unica voce scientifica a sostenere la non dimostrata pericolosità del wifi) contro tre scienziati e altri intervistati sostenitori della pericolosità, dando “un quadro ingannevole dello stato delle opinioni scientifiche sulla materia”. Non solo: “il contributo del professor Repacholi è stato presentato in un contesto che suggeriva agli spettatori che la sua indipendenza scientifica era in dubbio”, dice la BBC, “mentre gli altri scienziati sono stati presentati in modo acritico. Questo ha rinforzato l’impressione ingannevole ed è stato scorretto nei confronti del professor Repacholi”. Repacholi era stato accusato di aver preso soldi dagli operatori telefonici per tacere i rischi delle loro emissioni elettromagnetiche.

4)

La BBC ha imposto che le contestazioni vengano allegate al servizio (“The finding against this edition of Panorama will be marked on the programme website in the appropriate place”): Raitre no?

2) BUON APPETITO!

In questo dossier si parla dei costi della grande distribuzione, dell’energia impiegata per trasportare gli alimenti dal luogo di produzione a quello di vendita, dell’alimentazione “a chilometri zero”, dei vantaggi dell’acquisto dei prodotti locali rispetto a quelli di importazione, ecc. Il tutto ci fa riflettere anche se, guarda caso, è completamente volto alla dimostrazione della tesi degli autori piuttosto che ad una effettiva divulgazione di informazioni. Ecco perché Dario Bressanini, che scrive per Le Scienze, scrive un breve articolo contro la spesa a chilometri zero. Conclusioni:

Fin qui gli studi. Permettetemi ora qualche considerazione personale: ma perché c’è tutto questo parlare di “chilometri zero” per il cibo e non per, chennesò, l’acquisto di una bicicletta, o di un vestito, di un paio di scarpe o di un detersivo, o un mazzo di rose? Si dirà che mangiamo ogni giorno, ma non acquistiamo una bicicletta tutti i giorni. Vero. Ma è anche vero che acquistiamo beni di consumo tutti i giorni. Se davvero uno crede (perché di ‘fede’ si sta parlando, stante i rapporti che vi ho illustrato) nel “km 0” mi aspetto che applichi questa ricetta a tutti gli acquisti, non solo a quelli più comodi. Ho qualche dubbio che questo succeda realmente. Ho invece il sospetto che il km 0 vada bene sino a quando si tratta semplicemente di cambiare bancone da cui prendere la stessa tipologia di prodotto. Tutto sommato costa poca fatica…

Quando però a parlare di chilometri percorsi sono organizzazioni come la Coldiretti, o Slow Food, che, giustamente, promuovono i prodotti DOP e tutto quello che di buono l’Italia agroalimentare produce, ecco, mi sembra una contraddizione. Forse che il Lardo di Colonnata posso mangiarlo solo a Colonnata? La Cipolla di Tropea solo a Tropea? Non contano questi come chilometri? Che senso ha tuonare contro il vino (per altro ottimo) importato dall’Australia e poi compiacersi per le vendite di vino Italiano negli USA? Ci vanno a nuoto le bottiglie a New York? Per non parlare di frutta e verdura: l’Italia è un paese esportatore, e una mela Italiana acquistata a Londra non è certo a “miglia zero”. Slow Food esalta il “formaggio a km 0” ma allo stesso tempo promuove, giustamente, il pecorino siciliano D.O.P.

La O di D.O.P. sta per Origine, e se io, in quel di Como, acquisto questo pecorino (per altro una delizia, con sopra un poco di gelatina al malvasia! ) lo mangio in spregio al chilometraggio percorso. E, no! non ho il minimo senso di colpa -P

Insomma, un po’ di coerenza! Mi dispiace, ma sento puzza di protezionismo, da un lato, e “ideologia spicciola” dall’altro (e certi argomenti andrebbero esclusi da un dibattito che è, alla radice, di natura scientifica ed economica)

E anche:

La mia personale impressione è che in realtà lo slogan della spesa a km 0, nonostante abbia poco senso economico e scientifico, sia destinato a rimanere tra noi ancora per un po’, per il semplice fatto che viene utilizzato come strumento di marketing e di promozione commerciale. Detto brutalmente, si vuole vendere non solo un pomodoro prodotto localmente, ma anche l’idea che in questo modo state “salvando il mondo” (indipendentemente dal fatto che sia vero o meno), approfittando del fatto che su una fascia di consumatori “attenti” questi messaggi fanno presa.

Insomma, se comperate cibo prodotto vicino a voi (e io lo faccio: ottimi ad esempio i distributori di latte crudo), fatelo perché è di buona qualità ed ha un buon prezzo, poiché i benefici per l’ambiente sono tutt’altro che dimostrati e, anzi, potrebbero anche essere inferiori a quelli ottenibili acquistando cibi prodotti a migliaia di chilometri di distanza. in mancanza di altre informazioni, privilegiate il giusto rapporto qualità/prezzo.

Perché, in apertura, abbiamo detto che Report è peggio del TG2, dunque? Per due motivi. Anzitutto, perché essendo più autorevole, è più probabile che quanto vi si trova di disinformativo venga invece assunto come informativo; cioè, è più pericoloso. In secondo luogo, per portare avanti la nostra tesi sull’equivalenza tra i tentativi di ridurre l’irriducibilmente complesso e l’approssimazione, la differenza tra l’approssimazione e la semplificazione, e la negatività dell’approssimazione nell’informazione. Donde le seguenti conclusioni:

1) La faziosità è, come noto, inevitabile – senza contare che ci piace. Ricordiamo, infatti, che la redazione di Ottocento non solo è faziosa, ma anche censoria ed antidemocratica. Quando poi la faziosità produce effetti comici, allora la adoriamo.

2) Il problema vero è nell’approssimazione scandalistica. Servizi come quelli del TG2 o di Report, o affermazioni come “Report è peggiore del TG2”, sono abbastanza approssimati da contenere inevitabilmente stronzate. Andiamo, il TG2 è una merda, come si fa a pensare che Report sia peggio? Eppure è facilmente dimostrabile, basta seguire la tecnica argomentativa tutta italiana ed evitare le informazioni scomode poiché contrarie a quanto vogliamo dimostrare invece che controbatterle con informazioni più attendibili, oppure approssimare abbastanza i dati da renderli fuorvianti.

3) La redazione di Ottocento ritiene che tutte le cose siano irrimediabilmente complesse, o irriducibili. Tentare di semplificare è umano e inevitabile. Tentare di supersemplificare, però, è tipico di un pensiero greco-romano che trova sempre meno fondamenta alla luce dei progressi scientifici (si pensi alla teoria quantistica): la scienza, insomma, mostra che apparentemente è tutto molto più complicato di quanto siamo abituati a pensare; cercare di supersemplificare questa complessità tramite le solite coppie binomiche, antinomiche o i soliti trinomi dialettici ha come conseguenza l’approssimazione. Che (nell’informazione) è spesso male.

4) Non è impossibile semplificare, ma bisogna accettare dei limiti che rendono l’informazione più difficile da pensare di quanto siamo abituati a fare. Ad esempio: il numero 0,73913043478260869565217391304348 eccetera è molto noioso. Possiamo dire che è 0,8, che è 1, che è meno di 5. Sono approssimazioni arbitrarie e in genere servono per dimostrare le nostre tesi. Oppure possiamo dire che è 17/23, e lasciamo al lettore la responsabilità di formare nella propria mente l’immagine di quanto cazzo è in pratica.

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