Ottocento

un approccio vittoriano alle sfide della società moderna

Mancavate solo voi

Posted by kaiza su 9/06/2008

Ottocento è “un approccio vittoriano alle sfide della società moderna”. Si intuisce già dal fatto che chiamiamo “società moderna” la società contemporanea. Ebbene, oggi quest’ultima presenta una nuova sfida. Così nuova, che solo noi possiamo analizzarla con perizia. Cominciamo:

1) Andiamo sul sito http://www.peking2008.com. Ci si aprirà “the official website of the peking 2008 olympic”. Una pagina strana, e infatti è un fake: dopo poco verremo rediretti alla pagina promozionale del fake stesso. Fin qui, niente di nuovo: questo è il punto di partenza per una catena di falsi e controfalsi che sembrano il risultato della ricerca “lindsay lohan blowjob” in un qualsiasi sito porno. Fortunatamente, la redazione di Ottocento adotta con gli inganni e le illusioni la stessa strategia da impiegarsi con i cortei femministi abortisti: i calci nello stomaco. Teneteci per mano.

2) Siamo su http://www.peking2008.com/ad. Le opzioni principali sono le tre sulla seconda riga: A) watch the video B) get a fake C) spread&share. La pagina e le seguenti sono correttamente visualizzabili solo con Internet Explorer, non con Firefox. Torneremo sull’ottimizzazione del sito in seguito.

A) Watch the video. Firefox non visualizza nulla. Internet Explorer cerca di installare un controllo ActiveX. Abbiamo cliccato sull’opzione “succhiami il cazzo”, cosicché non abbiamo idea di che cosa mostri il video stesso. Se volete provare, rimaniamo in ascolto.

C) Spread&share. Qui troviamo il codice per inserire nel nostro blog il link a peking2008. Si noti l’immagine stile “fine anni ’50”: qualcosa di originale e poco abusato in una città come Milano, per esempio.

B) Get a fake. Solita immagine sfiga che vuole essere ironica e appare invece fuori luogo, e abbiamo tre opzioni, due delle quali ripetono la prima riga sotto il banner, quella che comincia con “exclusive”. Le strade si dividono ancora, tuttavia i reindirizzamenti principali sono due: il sito fake.isfake.org (prime due opzioni – sarà il nostro punto numero 4) e la pagina /sponsors nello stesso dominio (terza opzione – punto numero 3).

3) E così vogliamo diventare uno sponsor. Strano che, in una pagina fasulla, ci sia un’opzione per prenderci soldi tanto virtuali quanto reali. A dire il vero, questa è un’illazione, giacché non abbiamo completato la transazione e quindi non sappiamo se i soldi te li prendano sul serio o se anche questo sia un inganno. Riteniamo più probabile la prima ipotesi. Ad ogni modo, se andate su http://www.peking2008.com/sponsors/ con Internet Explorer, vi si aprirà una schermata dove potrete acquistare pixel del sito per inserire il vostro banner pubblicitario.

L’idea è estremamente obsoleta – era stata usata da quel tizio per guadagnare un milione di dollari, ricordate? – così obsoleta che infatti troviamo il banner di Luther Blissett, gruppo che nella seconda metà degli anni ’90 ha inventato storie e creato materiale fasullo “per denunciare la superficialità e la malafede del sistema mass-mediatico”. Sostanzialmente diffonde bufale autoreferenziali: un personaggio dal nome fittizio ha una disavventura dal grande impatto mediatico (pedofilia, satanismo), i giornali ne parlano ma alla fine è tutto falso, perché il gruppo stesso smentisce (e così si fa conoscere). Lo scopo è dimostrare come l’informazione sia poco controllata e facilmente vittima di raggiri. Tutto sommato sono “burle”, quindi lasceremo al lettore l’onere di giudicarne la nocività sociale; sta di fatto che loro probabilmente si sentono avanguardistici, ovvero eredi di qualcosa nato e morto un secolo fa. Nel 2000 parte del gruppo crea i Wu Ming. Se non sapete chi sono meglio, tanto sono degli idioti. Passiamo oltre.

I banner mostrano anche organizzazioni superflue dal nome generico come “Human rights in China” e “Freetibet”: tanti slogan, tanta incitazione all’attivismo, ma difficile sapere quanto effettivamente siano estese e influenti. Comunque ti chiedono dei soldi. A proposito di soldi abbiamo provato, come detto, a completare una transazione: siamo arrivati ad una pagina Paypal in olandese. Prima l’eutanasia, poi il Grande Fratello, poi il supporto alla diffusione del falso; di solito è il percorso contrario che fa grande una nazione.

Infine, in basso a destra, troviamo il link a Les liens invisibles. Ricordate questo nome, perché è il centro del vortice (punto numero 5). Loro hanno permesso la creazione di un fake come peking2008, e lo hanno permesso tramite il loro progetto A fake is a fake, che ci porta naturalmente al punto

4) fake.isfake.org.

Si tratta di un dominio che consente la creazione di webspaces sotto di esso. Per chiarire, è un po’ quello che fa wordpress.com: ogni blog ha un nome, seguito dal nome del dominio che lo ospita (ottocento.wordpress.com). Nel caso succitato, troveremo siti come silvioilnano.isfake.org, eccetera.

Il sottotitolo è “empower your communication”. Per esempio, rendendo accessibile il tuo sito solo a Internet Explorer.

Nelle News troviamo alcune frasi ad effetto come:

There is not just one Truth.
There are not many Truths.
Tertium datur: Truth is nonsense.
– Luther Blissett –

In realtà è proprio per il tertium non datur che possiamo affermare l’enunciato 3: poste le premesse 1 e 2, la conseguenza è semplicemente che se 1 è VERA e 2 è VERA si crea una contraddizione. Per il tertium non datur O una cosa è se stessa, O è il proprio contrario. Pertanto, a causa del principio ex falso quodlibet, dal falso segue qualunque cosa, l’enunciato alla riga 3 è semplicemente banale: affermare che “l’insieme Verità ha più di un elemento” E CONTEMPORANEAMENTE che “l’insieme Verità ha uno e solo un elemento” permette logicamente di inferire una conseguenza qualunque. Per intenderci, alla riga 3 avrebbero potuto scrivere “ottocento.wordpress.org” e sarebbe stata una deduzione logica egualmente corretta. In sostanza, nessuna frase ad effetto, solo un’altra contraddizione apparente, ed è qui che iniziamo a ricomporre i tasselli e ad esporre la nostra tesi: “Les liens invisibles” vogliono sembrare contraddittori, incomprensibili, un continuo rimando a loro stessi, un gioco di specchi infinito. E invece sono solo un falso. Niente di spacca-cervello.

Se andiamo nell’About, comunque, iniziamo a capire la mentalità che anima il progetto, l’iniziativa, la stronzata, chiamatela come volete:

The Master’s voice is Your voice.
If the drone of alternative information seems to you to be excessively self-referential, if the dimensions of the Blogosphere cause your communication to be inadequate, if at one time or another in your life you wanted to speak with “the master’s voice”, then you are ready for our brand new fake-publishing services!

But what’s fake-publishing?
Fake-publishing gives you the communicative power of mainstream media with all the conveniences of a blog. You can also look at fake-publications as blogs disguised as mainstream media that make the content more beliavable, more significant and more fun.

Widen your horizons and experience the exciting world of mainstream fake-publishers.

In soldoni (perché di questo si tratta, forse): hai qualcosa da dire ma vieni schiacciato da siti più grandi? Imita la loro homepage. Fine. Che ventata di freschezza nelle tecniche di comunicazione. Viral marketing, anyone? Peggio del viral marketing, qui siamo ad una tecnica insegnata allo IULM come Il Raggiro dei Poveri(TM): nessuno caga il tuo brand? Chiamalo “Versace Uomo” e scrivi in piccolo “in realtà non sono lui”.

Dicono serva per rendere il contenuto “più credibile”, ma in realtà è ovvio che si tratti di una semplice truffa: i fake sono abbastanza evidenti, e niente mi spingerà a prestare attenzione alle parole di uno che ha appena cercato di imbrogliarmi male. Ci sembra sia più un modo per attirare utenti scemi nel giro del “fake-publishing” piuttosto che una vera proposta, perché le possibilità di successo di una strategia del genere sono irrisorie. E no, il fatto che noi ne stiamo parlando adesso non conta come successo.

Why should you build your own Fake Theme? That’s the real question.

  • It’s radical.
  • It’s subversive.
  • It’s creative.
  • It’s fun (most of the time).
  • If you release it to the public, you can feel good that you shared and gave something back to the Fake is a Fake Community

Radicale, sovversivo e creativo? Il tarocco? Solo un idiota lo definirebbe tale. Un idiota o un esperto di comunicazione virtuale come Beppe Grillo. C’è un link a Subvertr, che è praticamente la stessa cosa. Ci ricorda molto, ribadiamo, la guerra dei loghi in Ticinese, a Milano: una via tappezzata di immagini casuali di personaggi “cult” o “trash”, o di loghi strani, per attirare l’attenzione su siti internet, commerciali o meno. Sì, tutto qui.

5) http://www.lesliensinvisibles.org

Ah, dunque siete voi, diaboliques, al centro di tutto. Voi i manipolatori, gli artisti, le geometrie impossibili che hanno creato questa rete di mensonges, aprendoci così gli occhi su quanto i media ufficiali siano falsi.

Les Liens invisibles is an imaginary art-group from Italy. It is comprised of media artists Clemente Pestelli and Gionatan Quintini. Their artworks are based on the invisible links between the infosphere, neural synapsis, and real life.

Nomi fittizi, autoproclamazione ad “artisti”, parole come “infosphere” e “neural synapsis” che fanno estremamente “avanguardistico”. Ora però tornate a giocare con gli psicoattivatori dentro a Blade Runner. Tralasciando il fatto che per essere “2.0 playful media” il sito fa cagare. Vediamo cosa dicono del loro project, tanto per utilizzare termini che fanno sentire importanti gli stagisti in comunicazione:

Disillusion 2.0?
You were told that a new democracy of communication was possible, that the lies of corporate media were to disappear and that your voice was going to play an active role in the formation of public discourse.
You were deluded into believing that even the world, this world, would become a better place through detailed diffusion of low-cost technologies, through the birth of telematic networks and the establishment of blogs and social networks.
While the watered-down fantasies that came with the rise of web 2.0 are being dissolved, a bitter consciousness remains: that communication itself, after all, is an illusion. That information, however probable it may seem, is still a fiction and that a fake, in the end, is only a fake. Anyway.

L’informazione è finzione, il tarocco è tarocco. Vero. La comunicazione è un’illusione. Vero quanto “la realtà non esiste”. Questa è una semplice credenza: “io credo che…”. Per chiarirci, la nostra risposta è “sticazzi” e, per ritornare alla nostra tesi, abbiamo due affermazioni vere e una che può essere vera o falsa: un po’ poco per iniziare una catena di falsità. E’ vero che un falso è un falso. Quindi, come detto sopra, un vero falso: un falso. Niente di più.

Experience the power of detourning communication!
Rising directly from the ashes of the blogosphere, the imaginary group Les Liens Invisibles is proud to present A Fake is a Fake, the ultimate platform dedicated to fake publishing, that will finally render your communication strong, incisive, and paradoxical.
Thrust your voice beyond the limits of reality and explore the new frontiers of detourning communication: you can finally speak with the voice of Power.

Forte, incisiva, paradossale, limiti della realtà? Certo, quanto Space Invaders.

Fine. E’ tutto. Settantamila link per trovare qualcuno che propone di fare delle brutte copie di pagine web, da utilizzarsi per scopi commerciali (vendere pixel, forse) o personali. Tertium non datur.

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8 Risposte to “Mancavate solo voi”

  1. GQ said

    IULM eh? Dai, vedo di farti un disegnino… 🙂

  2. kaiza said

    Gionatan Quintini, non hai capito un cazzo.

  3. fede said

    Presente! Sul mio firefox3 ultra beta col mio flash ultra mega beta vedo il filmato. E’ contro il potere e pro tibet, con immagini di guerra, sopra passano scritte tipo “behind the media propaganda power never speaks the truth” (perdonatemi errori di scrittura) e finisce con “a fake is a fake”

  4. due squinternati ed un folle che ne calca assiduamente le orme… della serie: informazioni false producono eventi reali 😉

    Vorrei solo precisare una cosa, peraltro ben specificata al punto tre alla pagina http://www.peking2008.com/sponsors/get_pixels.php e che al nostro simpatico ammiratore è evidentemene sfuggita: “Please note that your offer will cover the costs of the domain rent”.

    Il dominio peking2008.com non è di nostra proprietà. Lo abbiamo per così dire preso in affitto gratuitamente. In cambio abbiamo pattuito che i soldi della pixel grid saranno INTERAMENTE indirizzati al proprietario del dominio.

    Infine aggiungo: come amministratori del servizio possiamo assicurare, e spero che il simpatico kaiza per onestà intellettuale possa confermare, che nessun pagamento da parte sua è mai stato effettuato.

    Ci premeva chiarire questo punto perché sia chiaro, tertium non datur, che quello che facciamo può piacere oppure no (abbiamo pure proposto di linkare il simpatico articolo nel nostro sito) ma certamente non ci speculiamo sopra in alcun modo.

    Saluti,

    LLI

  5. kaiza said

    Caro Guy, lieto di ospitare il tuo commento. Procediamo, come sempre, con ordine:

    Vorrei solo precisare una cosa, peraltro ben specificata al punto tre alla pagina http://www.peking2008.com/sponsors/get_pixels.php e che al nostro simpatico ammiratore è evidentemene sfuggita: “Please note that your offer will cover the costs of the domain rent”.

    Il dominio peking2008.com non è di nostra proprietà. Lo abbiamo per così dire preso in affitto gratuitamente. In cambio abbiamo pattuito che i soldi della pixel grid saranno INTERAMENTE indirizzati al proprietario del dominio.

    Completamente sfuggita.

    Infine aggiungo: come amministratori del servizio possiamo assicurare, e spero che il simpatico kaiza per onestà intellettuale possa confermare, che nessun pagamento da parte sua è mai stato effettuato.

    Confermo, ed è il motivo per cui quando ho parlato di speculazione e servizi commerciali ho precisato che era una mia congettura, oppure scrivevo “forse”.

    Ci premeva chiarire questo punto perché sia chiaro, tertium non datur, che quello che facciamo può piacere oppure no (abbiamo pure proposto di linkare il simpatico articolo nel nostro sito) ma certamente non ci speculiamo sopra in alcun modo.

    Precisazione accolta con piacere. Naturalmente spero che venga accolta la vostra richiesta di link del mio articolo giacché, nonostante le imprecisioni del mio ragionamento, la mia opinione che tutte le parole di contorno alla vostra idea siano eccessive rispetto alla sostanza rimane. Fosse il contrario, sarei il primo iscritto alla newsletter. 😉

  6. Bene, i toni più distesi mi invitano al ragionamento 😉

    la mia opinione che tutte le parole di contorno alla vostra idea siano eccessive rispetto alla sostanza rimane

    Non voglio difendere a spada tratta il nostro lavoro ma ti chiedo: hai per caso notato che i toni e le parole siano palesemente ironici e sopra le righe? Voglio dire: secondo te, davvero siamo convinti che è sufficiente un marchio famoso taroccato per renderce la nostra comunicazione + efficace?
    Fake is a fake è un’opera di net art e nello specifico fa il verso a tanti servizi di social network et similari che vendono l’idea di una comunicazione libera in grado di “muovere” il mondo. Semplicemente abbiamo cortocircuitato (spero il termine non ti risulti eccessivamente radical chic ;-)) l’idea con l’arcinoto approccio situaziosista del detournamento delle informazioni.

    Il tutto è, ovviamente, una provocazione. Ma vuol far riflettere sui seguenti punti:
    1) che la comunicazione mainstream è vvolta da una patina che la rende credibile. Replicare la patina con informazioni di bassa lega crea contrasto forse, ma può indurre al ragionamento;
    2) il cosiddetto mediattivismo finora ha basato il proprio ragionamento sullo svelamento delle verità celate dai media, ma, a nostro modesto modo di vedere, non si tratta di contibuare a ragionare sulla cosiddetta verità dei media quanto sulla potenza persuasiva dei media. Pensiamo al potere devastante della pubblicità, eppure palesemente e dichiaratamente mostra e racconta situazioni non reali.

    quindi, per concludere, le parole di cui ci circondiamo sono sì sopra le righe, ma, credo, perché funzionali ad un certo tipo di messaggio…

    Poi, ripeto, ognuno ha i gusti che ha, ci mancherebbe altro. Ma ti assicuro che non giochiamo a fare i belli con le parole radical chic 😉

    Un saluto,
    Les Liens Invisibles

  7. kaiza said

    Caro Guy, con il tipo di blog che tengo naturalmente sono molto attento all’ironia. Proprio per questo, la considero un’arma a doppio taglio e particolarmente abusata di questi tempi. Tutto è (auto)ironico, nessuno dice niente sul serio, le pubblicità sono ironiche, riferimenti a riferimenti ad altri riferimenti, come vivessimo in una parodia costante di qualcosa che c’è già stato e nessuno prendesse la responsabilità di dire “io in realtà la penso PROPRIO COSI'”, o “questo non è un ammiccamento a qualcos’altro, questo l’ho fatto IO per primo”.

    Vedi, in sostanza mi sembra che l’ironia, da un semplice “ciò che penso è il contrario di ciò che ho detto”, sia diventata “ciò che penso PUO’ ESSERE il contrario di ciò che ho detto”. Questa è una scusa, una deresponsabilizzazione. Ho l’impressione che se parlassi col Deboscio, famoso finto artista milanese, e gli facessi i complimenti per quanto sono originali le sue opere, mi risponderebbe “bella zio”. Se invece gli facessi una critica mi risponderebbe “è ironico”. Troppo facile giustificare tutto con l’ironia.

    Ecco, questa è l’idea che mi sono fatto della vostra iniziativa: mi pare dello stile “un po’ ci credo e un po’ no”. Io ho criticato quello che mi sembrava prendeste sul serio, trovandone dei difetti. Mi pare che non sia una parodia totale, qualcosa che veramente possa fungere da grande risata. Avessi avuto quella impressione, non avrei scritto niente. Sono sempre disponibile a essermi sbagliato, comunque.

    Veniamo ora ai due punti.

    1) “la comunicazione mainstream è avvolta da una patina che la rende credibile”. Sono d’accordo, è il concetto di “autorevolezza della fonte”.

    2) “non si tratta di contribuire a ragionare sulla cosiddetta verità dei media quanto sulla potenza persuasiva dei media”. Credo che le due cose non siano mutuamente esclusive. Sia svelare le menzogne che mostrare le strategie persuasive mi paiono attività interessanti. Voi avete scelto la seconda e, ribadisco, non è ciò su cui mi trovate in disaccordo. Quello che non mi è piaciuto è che non è chiaro dove vogliate andare a parare, e mi sembrava fosse voluto proprio per “fare i belli”. Se non è così, ne son solo contento.

  8. Vedi, in sostanza mi sembra che l’ironia, da un semplice “ciò che penso è il contrario di ciò che ho detto”, sia diventata “ciò che penso PUO’ ESSERE il contrario di ciò che ho detto”. Questa è una scusa, una deresponsabilizzazione. Ho l’impressione che se parlassi col Deboscio, famoso finto artista milanese, e gli facessi i complimenti per quanto sono originali le sue opere, mi risponderebbe “bella zio”. Se invece gli facessi una critica mi risponderebbe “è ironico”. Troppo facile giustificare tutto con l’ironia.

    Concordo pienamente con quello che dici, detesto l’eccesso autocompiaciuto di ironia. Solo che io non ho voluto in alcuna maniera giustificare la nostra operazione con l’ironia. Ho solo detto che i toni palesemente ironici ricalcavano il modo di comunicare delle tante piattaforme web 2.0 (flickr, blogspot, wordpress, etc). Il tono ironico non giustifica l’opera, che poteva benissimo avere un taglio anarcoinsurrezioanlista inneggiante al rovesciamento del semiocapitalismo post dot com (o altre facezie similari), ma è funzionale all’opera e mira proprio a non prendere troppo sul serio le parole.

    Ecco, questa è l’idea che mi sono fatto della vostra iniziativa: mi pare dello stile “un po’ ci credo e un po’ no”. Io ho criticato quello che mi sembrava prendeste sul serio, trovandone dei difetti. Mi pare che non sia una parodia totale, qualcosa che veramente possa fungere da grande risata. Avessi avuto quella impressione, non avrei scritto niente. Sono sempre disponibile a essermi sbagliato, comunque.

    Non è questione di chi si è sbagliato… La parodia, se così la vogliamo chiamare, non deve far sbellicare dalle risate, altrimenti ripegavamo sullo stile vanzina. Il punto è semplicemente che abbiamo messo in piedi un meccanismo ludico con cui chiunque può misurare come muta il peso delle parole a seconda del contesto in cui le si vanno ad inserire. L’iter ludico non deve far ridere (ma anche sì, ognuno faccia come vuole insomma 😉 ) ma semplicemente portare a far riflettere con modalità insolite su alcune tematiche inerenti la comunicazione. Se avessimo scritto un trattato sulla manipolazione del consenso nell’era del web 2.0. saremmo potuti essere più esaurienti, ma certamente avremmo limitato il nostro pubblico ai soliti “quattro lettori”.

    Quello che non mi è piaciuto è che non è chiaro dove vogliate andare a parare, e mi sembrava fosse voluto proprio per “fare i belli”.

    Beh, la conclusione non fa onore alla tua intelligenza 🙂
    Mi sfugge però una cosa, cosa non ti è chiaro del “dove vogliate andare a parare”? Voglio dire, hai impiegato paginate di spiegazioni in cui illustri il nostro lavoro (certo con tono irriverente 😉 ) e mi dici che non sai dove vogliamo andare a parare?

    Se ti riferisci a “quello che vogliamo dire” mi pare che la cosa sia molto chiara, e pure tu l’hai spiegato benissimo.
    Se inveci ti riferisci a quello che vogliamo ottenere con il nostro lavoro non posso che risponderti con delle domande:

    * Dove vuole andare a parare il detournament situazionista?
    * Dove vuole andare a parare il plagiarismo
    * Dove vogliono andare a parare tutte le tecniche di comunicazione-guerriglia?
    * Dove volevano andare a parare le finte prime pagine dei giornali de “Il Male”?
    * Dove vuole andare a parare il sabotaggio dei cartelloni pubblicitari? (vedi il lavoro del billboard liberation front)

    Lungi da me il voler mettere sullo stesso piano qualitativo il nostro lavoro con le esperienze sopracitate, quello che voglio dire è che però noi non possiamo e non vogliamo dare risposte e rimedi, né ci aspettiamo di poter cambiare il mondo con una semplice opera di net art. Quello che facciamo è semplicemente uno dei tanti modi, a dirla con deluze e guattari, non per comunicare, ma per resistere creativamente al presente.

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